Governance e D.Lgs. 231
Prima parte: Introduzione
In un'impresa viene definito Corporate Governance l'insieme di regole che disciplinano la gestione dell'impresa stessa al fine di garantire sia che le necessità di ciascuna parte interessata vengano tenute in considerazione sia che gli obiettivi per cui l'impresa è amministrata vengano raggiunti.
L'insieme di regole che compongono la governance sono spesso il punto di equilibrio tra le esigenze contrastanti dei vari stakeholder. Tali regole consistono, di norma, sia nel rispetto delle leggi vigenti nel Paese in cui ha sede o opera l’azienda, sia nella disciplina di tutti rapporti societari e dei processi decisionali aziendali. In tali regole sono comprese anche le modalità e le strutture organizzative per la definizione degli obiettivi aziendali e per il loro raggiungimento.
A seguito di recenti eventi catastrofici legati a giganti dell'imprenditoria, eventi sfociati in clamorosi crack, negli ultimi anni si è avuta una crescente attenzione sulla messa a punto dei sistemi di governante sempre più efficienti. L'attuale crisi economico-finanziaria, ad oggi tutt'altro che esaurita, ha aumentato questo livello di attenzione e, anche in virtù di normative nazionali e sovranazionali specifiche (SOX, D.Lgs. 231/01, …) ha portato a considerare che una governance etica potesse essere un ottimo sistema preventivo e curativo di tali problemi. Si sta in pratica facendo strada l'idea della necessità di un’evoluzione dall'impresa “avida” in cui l’unica finalità è la massimizzazione del profitto (costi quel che costi) verso un'impresa che sia sempre più ispirata a principi etici.
Negli ultimi anni si è avuta un'aumentata sensibilità da parte della pubblica opinione sugli aspetti di responsabilità sociale delle imprese, sia per l’aumentata attenzione alle tematiche ambientali che, più in generale, alla disponibilità di mezzi di comunicazione (Internet) molto più capillari e meno manipolabili. L'impresa che operava quindi ai soli fini del profitto o in maniera amorale, ha cominciato, ormai da tempo, a voler tenere in considerazione (almeno nell'Unione Europea) le normative vigenti e ad adeguarsi ai loro dettami. Si è passato quindi, salvo che per pochi casi “pirateschi”, a considerare come una necessità imprescindibile il rispetto della legge, legge però spesso intesa in senso letterale e quindi soggetta a numerose possibilità di elusione. Questa classe di imprese, formalmente legali, si sono però dovute confrontare con il giudizio della massa, giudizio agevolata dall'elevata penetrazione informativa del Web 2.0 che ha portato alla disponibilità di numerosi canali in grado di fornire elementi per la valutazione delle aziende. Le società più conosciute hanno quindi dovuto affrontare il discorso della responsabilità sociale e, per lo meno su alcuni temi quali l’ambiente, dotarsi di appositi strumenti di governance in grado di garantire il mantenimento di un'immagine aziendale accettabile dall'opinione pubblica. Si è così entrati, in molti casi, in quello che viene definito con il concetto di impresa socialmente responsabile. Di recente si è avuta una forte evoluzione verso una concezione di più di alto livello improntata sui valori aziendali. Le aziende hanno quindi cominciato a chiedersi se effettivamente si dovessero considerare solo come operatori economici oppure se fosse necessario ripensare l'impresa come un luogo avente impatti sociali e politici. Di conseguenza, in questa nuova visione, le imprese hanno iniziato a puntare su quella che viene definita l’etica.
Definire l’etica di un'impresa e confrontarla con la responsabilità sociale non è semplice. Una spiegazione essenziale dei due concetti (e della loro differenza) può essere fatta mediante un’analisi dei due processi che ne consentono la realizzazione. La responsabilità sociale dell’impresa nasce quasi sempre dall'analisi degli impatti che l'impresa può avere nel contesto politico sociale con cui si trova ad interagire. Questi impatti vengono valutati e viene trovato un bilancio tra quelle che sono le necessità di profitto dell’azienda e quelli che sono i risultati socio-ambientali della sua azione. Periodicamente viene redatto un bilancio di sostenibilità che valuta quanto la politica adottata dall’azienda sia sostenibile dal punto di vista sociale, politico e ambientale. Questo bilancio di sostenibilità è una valutazione del risultato del processo di gestione della responsabilità sociale dell'impresa.
In un'impresa etica la responsabilità sociale che si ottiene è inserita in un contesto più strutturato che, partendo dalla missione aziendale, punta di identificare i valori di cui l’azienda si ritiene portatrice e a produrre un codice etico che ne espliciti le modalità di attuazione. A partire da tale al codice etico si verifica, come nel caso precedente, quali siano le interazioni tra azienda e sociale e si definiscono le modalità per misurare gli effetti dell’operatività aziendale sull'ambiente circostante. Vengono quindi definite le politiche aziendali per tutti quelli che sono gli aspetti socio-ambientali e si arriva, anche in questo caso, ad un bilancio di sostenibilità. Da tale bilancio è possibile rivedere sia la missione sia i valori dell’azienda per poter migliorare il livello di responsabilità sociale della stessa. In un’impresa etica tutto il suo agire è conformato a dei principi, espressi nel codice etico ma derivanti dai valori e dalla missione aziendale, che vengono di continuo mantenuti allineati con i reali effetti sociali dell’impresa.
Nell’impresa etica ogni individuo che la compone deve confrontarsi quotidianamente con i principi etici a cui l’azienda si ispira, principi che non necessariamente corrispondono a quelli della responsabilità sociale, principi che possono evolvere nel tempo a seconda dell’evoluzione del contesto in cui l’azienda opera. Poiché i principi che dettano l’azione sociale dell’impresa derivano dai valori dell’azienda, un’impresa etica è più probabile che mantenga un elevato senso di responsabilità sociale rispetto ad una che agisca diversamente.
Il codice etico di un’azienda è lo strumento principe affinché essa sviluppi un’etica degli affari e la mantenga nel tempo. Di norma nel codice etico l’azienda enumera i propri valori e i principi che devono guidare l’agire dell’azienda stessa e, più in generale, di tutte le parti interessate. Il codice etico può essere considerato come la “costituzione” su cui dovranno basarsi tutti i regolamenti e tutti processi aziendali, includendo anche tutti i comportamenti non disciplinati da norme specifiche. Il codice etico è, in pratica, un codice di autoregolamentazione interamente volontario, finalizzato ad un’evoluzione culturale di tutta l’azienda e ad influenzarne sia la strategia che le modalità di relazione tra tutti i vari attori coinvolti.
Nelle aziende in cui è presente un codice etico si trova, quasi sempre, un comitato etico avente l’obiettivo di garantirne il rispetto, promuovendone la conoscenza, di valorizzare tutte le iniziative di responsabilità sociale dell’impresa e di guidare l’evoluzione del codice stesso.
Una limitazione importante con cui l’azienda etica deve confrontarsi è che il proprio codice etico non influenza, necessariamente, l’attività legislativa dello Stato in cui risiede o opera. Questa forte limitazione porta spesso a compromessi che, per la sopravvivenza dell’azienda stessa, riducono il valore complessivo della sua etica. È però fondamentale che le imprese comprendano che, sebbene l’etica non influenzi necessariamente l’azione legislativa, può comunque intervenire sul legislatore affinché le leggi divengano “più etiche”.
Un primo aspetto di governance molto importante deriva proprio dalla netta separazione tra definizione dell’etica aziendale e processo legislativo nazionale: il comitato etico non è un’entità riconosciuta dall’ordinamento italiano e quindi si riduce ad un semplice garante della moralità che però deve ricorrere al consiglio di amministrazione per essere efficace. La legge vigente ha però introdotto, in alcuni casi, un organismo analogo che, invece, al contrario, è molto ben disciplinato: l’organismo di vigilanza. La legge a cui si sta facendo riferimento è il decreto legislativo 231 del 2001. Questo decreto ha origine dalla ratifica di alcuni trattati internazionali tra cui, principalmente, una convenzione sulla tutela finanziaria delle comunità europee e due convenzioni sulla lotta alla corruzione dei pubblici ufficiali.
Il decreto legislativo 231 del 2001 si applica alle persone giuridiche (o assimilate) ed esclude dal suo ambito di applicazione gli enti statali. Il decreto ha subito numerose modifiche che ne hanno aumentato l’ambito di applicazione in termini di reati per cui può essere invocato. Il decreto legislativo 231 del 2001 prevede la responsabilità (amministrativa) della persona giuridica per la quale un suo dipendente abbia commesso un reato (tra quelli in un’apposita lista) da cui la persona giuridica stessa abbia tratto vantaggio. Tale responsabilità può essere ritenuta assolta se la persona giuridica si è dotata (attuandolo efficacemente) di un modello di organizzazione gestione e controllo (MOGC) in grado di prevenire il reato suddetto.
Scopo del decreto legislativo 231 è introdurre attenti sistemi di controllo dell’attività aziendale in grado di prevenire determinati illeciti, assegnando la responsabilità del fallimento di tale prevenzione proprio a chi può trarne il maggiore vantaggio: l’azienda. In questo modo il legislatore ha cercato di forzare l’azienda amorale o formalmente legale ad evolvere verso un livello superiore, pena sanzioni fortissime.
Non rientra negli obiettivi di questo articolo focalizzarsi sugli aspetti del modello organizzativo o dell’organismo di vigilanza per cui si rimanda ad altra occasione la loro discussione. Quello che si vuole approfondire è, invece, il meccanismo complessivo di governance di un’azienda che scelga (in quanto non obbligatorio ma solamente volontario) di dotarsi di un sistema di responsabilità sociale (anche se sarebbe più corretto definirlo etico) finalizzato al decreto legislativo 231. In cosa differisce un MOFC ex D.Lgs. 231/01 dal modello organizzativo di una generica impresa etica (o socialmente responsabile)? La differenza fondamentale è che il decreto 231 si preoccupa solo di alcuni impatti sociali (ossia solo di alcuni reati) mentre un modello completo si occuperebbe, come già detto, di tutti gli impatti sociali, politici, ambientali e via dicendo che un’azienda può produrre nella sua attività.
Prima di entrare, in una successiva serie di articoli, sui principali modelli di governance finalizzati al rispetto del decreto legislativo 231 del 2001, è opportuno riassumere quali sono i principali attori che vi saranno coinvolti.
Un primo attore praticamente ubiquitario sarà, ovviamente, il consiglio di amministrazione, con i suoi eventuali sottocomitati (ad esempio comitati di corporate governance, di controllo interno,…). È sottinteso che, nel caso di sistemi dualistici, non si tratterà più del consiglio di amministrazione quanto del consiglio di gestione e di quello di sorveglianza.
Un secondo attore importante sarà l’organismo di vigilanza definito dal decreto legislativo 231 del 2001.
Altri attori importanti saranno il collegio sindacale, la funzione di internal audit, il comitato etico e altre strutture analoghe.
Questo articolo si conclude qui e sarà seguito da altri che tratteranno differenti modalità organizzative della corporate governance in un contesto aziendale che si sia dotato di un MOGC conforme al decreto legislativo 231 del 2001.

